[Guida Gratuita] 10 consigli per vivere una vita più sana e felice con la tecnologia

Digital Felix: la fase 5 “Ricaricati”

Siamo arrivati all’ultima fase della metodologia Digital Felix: ricaricati. Il concetto di ricaricarsi sottintende “fermarsi”, per poi andare più veloce. Cela un concetto di amore per sé stessi, per i propri hobby e le proprie passioni personali, ma soprattutto per gli affetti più cari: loro ci saranno sempre, anche quando un bug non ci farà accedere ai network digitali. Prendiamoci del tempo per stare con noi stessi, per vivere il presente, per permetterci il lusso di stare nel silenzio e di guardare un tramonto, magari mano nella mano con chi sentiamo vicino.

La natura come ricarica

Attraversiamo le città inviando messaggi, parlando al telefono, ascoltando musica con gli auricolari, isolati da coloro che ci circondano ma soprattutto dal nostro sé. Il giornalista Wayne Curtis definisce questi individui iperconnessi “dei morti digitali” che si muovono lentamente con gli occhi fissi sul piccolo schermo che tengono in mano, ricurvi su sé stessi.

Come ha scritto l’editorialista del The Guardian Oliver Burkeman, naturalmente gli smartphone sono onnipresenti da anni, ma negli ultimi tempi sembra essere intervenuto un mutamento nelle norme sociali.

“Alcune persone (sempre di più), che sono sul marciapiede, pensano di aver incluso una norma tacita: se trovo interessante ciò che sto leggendo sul mio smartphone tocca solo agli altri scansarsi”.

Oliver Burkeman

Per allentare questa “morsa tecnologica” sulla nostra vita abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile. Alcuni di noi sono in grado di accendere e spegnere lo smartphone, di sopportare una crisi d’astinenza o di mettersi periodicamente “a dieta”, ma non tutti hanno questa forza di volontà. Abituarsi a camminare senza lo smartphone è un ottimo punto di partenza.

Sempre lo stesso Burkeman sostiene che i maggiori benefici del camminare non derivino da ciò che è ma da ciò che non è. “Quando esci e smetti di fare quello che stai facendo è spesso il modo giusto per raggiungere l’obiettivo”.

Per Ernest Hemingway, camminare era un modo per sviluppare idee brillanti mentre rifletteva su un problema. Le ricerche scientifiche confermano in continuazione i benefici psicologici del camminare e di altre forme di esercizio fisico. Uno studio diretto dai ricercatori della University of Illinois dimostra che camminare tre volte alla settimana per 40 minuti a passo normale aiuta a combattere gli effetti dell’invecchiamento e aumenta
la connettività del cervello e la performance cognitiva
.

Pertanto, per sperimentare e vivere a pieno il mondo che ci circonda, dobbiamo prima liberarci delle distrazioni che cercano costantemente di attirare la nostra attenzione. Il bosco è la ricarica naturale.

Uno studio del 2002 di Taylor A.F. e colleghi dal titolo “Views of nature and self-discipline: evidence from inner city children” dimostra che, a scuola, una finestra con vista sul verde e paesaggi naturali, rispetto a muri grigi, è collegata a incremento di memoria, maggiore capacità di attenzione, disinvoltura nel partecipare alle lezioni e a un benessere generale
degli studenti.

Il bosco è un ambiente magico, sotto una miriade di punti di vista. Proprio per questa sua peculiarità dovremmo frequentarlo spesso, quotidianamente se possibile, perché è un nutrimento eccezionale per l’anima di grandi e piccini. Frequentare il bosco ci permette di entrare in contatto con la parte più primitiva di noi, con un mondo puro, non contaminato
dall’uomo dove regna l’ordine naturale, dove gli alberi sono nati e cresciuti secondo un preciso volere divino, dove non esiste profitto, un secondo fine o una delimitazione dello spazio.

Tutto è natura e l’uomo non può far altro che ammirarla, viverla, annusarla, ascoltarla e portarla dentro di sé.

Uno studio della Stanford University (2015) ha scoperto che le persone che camminano in una zona urbana per 90 minuti, rispetto a chi cammina nella natura, mostrano chiari segni di calo nell’attività cerebrale, a causa del pensiero ripetitivo concentrato su emozioni negative. Poiché tale attività cerebrale può portare alla depressione, i ricercatori hanno dedotto che camminare nella natura (invece che in città) può dare concreti benefici mentali.

Uno studio della Chonnam National University, utilizzando la risonanza magnetica, ha dimostrato che guardare paesaggi ricchi di verde e camminare nei boschi accresce l’attività della sezione del cervello relativa al pensiero positivo e di quella associata ai ricordi felici. Il bosco è la ricarica naturale.

Nel riconnetterci a noi stessi la natura è un aiuto prezioso. Immergersi in essa risveglia i sensi. Torniamo ad assaporare la bellezza attraverso lo sguardo, ci inebriamo del profumo, riscopriamo colori e ci ricordiamo di quanto siamo parte di lei: natura perfetta e variopinta.
La sua energia risveglia la nostra parte più vera, facendoci ritrovare il gusto della libertà e del giocare liberi come quando eravamo bambini. I suoi suoni entrano in noi come vibrazioni e placano l’ansia causata dal sovrastimolamento della società.

Riconoscendoci in essa, scopriamo il naturale ritmo biologico e tornando a osservarlo, compiremo un grande passo verso l’amore per noi stessi.

Da dove iniziare?

Chiudiamo tutto, andiamo a contatto con la natura (anche il giardino di casa va bene), togliamo le scarpe e iniziamo a respirare a pieni polmoni. Inspiriamo profondamente ed espiriamo, completamente. Ascoltiamo la musica del respiro. Ripetiamo per almeno tre volte e sentiremo il bello del contatto con la natura.

L’aria boschiva, la terapia del suono naturale e i colori della natura sono ingredienti fondamentali per il nostro ben-essere.

Il rumore del silenzio

Alla solitudine preferiamo la condivisione. Hai mai provato a startene un po’ per conto tuo? Se sì, quante volte hai avuto l’impulso di prendere lo smartphone per “collegarti” ed evitare il problema? Si arriva a un punto che per stare veramente bene c’è bisogno di un periodo di silenzio, un break, una rottura del quotidiano.

Questo periodo saremo noi stessi a decidere quando, dove e come debba arrivare. Non è una tappa che ci dobbiamo imporre, ma un bisogno o una volontà che sentiamo nel cuore. Quando ci prendiamo un periodo tutto per noi, significa che ci stiamo volendo bene, che abbiamo il coraggio di agire e scoprire ciò che è rimasto nascosto su di noi.
Se saremo sempre in modalità multitasking, non riusciremo mai a comprendere fino in fondo di che cosa abbiamo bisogno, perché il “fare” continuamente ci allontana dall’essere.

Essere completamente avvolti dal “fare” significa che non siamo pronti (nella maggior parte dei casi) ad affrontare un problema o una situazione. Il “fare” ci distrae dal momento presente, svolgendo così un’importante funzione: è la scusa che permette di aggirare le paure. I topi lasciati per due ore al giorno nel silenzio sviluppano nuove cellule dell’ippocampo, secondo uno studio del 2013 pubblicato sulla rivista Brain Structure & Function.

L’ippocampo è una regione del cervello associata alla memoria, all’emozione e all’apprendimento. Il rumore invece può avere ripercussioni importanti sul nostro cervello, producendo in numero elevato gli ormoni dello stress. Le onde sonore raggiungono il cervello come segnali elettrici attraverso l’orecchio. Il corpo reagisce a questi segnali, anche se sta dormendo.

Pensiamo che l’amigdala (situata nei lobi temporali del cervello) è associata alla formazione della memoria e dell’emozione e tutto questo provoca un rilascio di ormoni dello stress. Se si vive in un ambiente costantemente rumoroso, il rischio è quello di avere livelli cronicamente elevati di questo tipo di ormoni. Potremmo dire che mentre il rumore causa stress e tensione, il silenzio li scioglie nel cervello e nel corpo.

Il silenzio è lo spazio della ricerca dei punti di riferimento, soprattutto interiori, necessari per “riorientare” la propria vita e le proprie scelte e, quindi, per ripartire con passo, energie e orizzonti adeguati. Quella che viviamo oggi è, purtroppo, un’epoca in cui il silenzio è stato bandito. Il mondo è oppresso da una pesante cappa di parole, suoni e rumori, distrazioni e notifiche.

Il silenzio è azione: attività di ogni momento dell’esistenza e quindi lotta; ma non esiste un solo tipo di silenzio, ci sono molteplici silenzi. Anche il silenzio si raggiunge attraverso un laborioso pellegrinaggio all’interno del proprio io per ascoltare la “vocina interiore” e sintonizzarsi con lui: il silenzio è la musica dell’anima, dove si ascoltano le armonie celesti.

Quello “verso il silenzio” è un vero e proprio pellegrinaggio che ha le sue tappe. L’intera Regola di San Benedetto potrebbe essere letta come una guida per “diventare silenziosi”. Ma tacere non significa “non-poter-parlare” a causa di circostanze esterne o perché mancano le parole; tacere significa essere in pace con sé stessi. Tacere attiva le energie terapeutiche interiori, laddove ci si prende tempo per sé. Il “silenzio” nella Regula Benedicti ha due differenti sfaccettature:

  • da una parte il silenzio è necessario per capire, approfondire, per “dare una forma” adeguata a ciò che si è sentito;
  • dall’altra c’è il desiderio di essere “creatori del silenzio”, di pesare le parole, persino quelle buone (come dice San Benedetto) in modo che ciò che alla fine emergerà sarà già passato al vaglio della comprensione.

La comunicazione, quindi, è intesa non più solo come un atto a volte istintivo, ma un’azione pensata e soppesata a lungo; c’è molto più spazio per gli altri quando si tace. Il matematico e filosofo Blaise Pascal diceva:

“tutti i problemi dell’umanità derivano dall’incapacità dell’uomo di starsene da solo e in silenzio in una stanza”.

Blaise Pascal

Quando impariamo a starcene da soli in una stanza possiamo mantenere la vera connessione interiore che permette alla vita di fluire dall’esterno verso l’interno. Il silenzio fa un grande rumore.

Il benessere del sonno

In un mondo iperconnesso, in cui molte aziende si aspettano che i loro dipendenti possano rispondere a messaggi di posta elettronica e alle chiamate in modalità 24/7, dove è il sonno?

Stiamo perdendo una delle abitudini più salutari: il dormire. Negli ultimi cinquant’anni la durata media del sonno nei Paesi occidentali è scesa dalle otto ore piene (negli anni Settanta) alle 6,5 ore a notte (nel 2012). Negli Stati Uniti il 20-30% della popolazione di età media afferma di dormire meno di sei ore al giorno. Più della metà dei giovani nei Paesi industrializzati passa molto tempo con i media elettronici, soprattutto nelle ore serali,
prima di andare a dormire. Il sonno, ancora oggi, è l’abitudine salutare più sottovalutata.

Francesco Peverini, uno dei maggiori esperti a livello nazionale sui disturbi del sonno, nel suo libro afferma che il 20% degli italiani soffre di un disturbo del sonno (ne sono codificati oltre novanta). Sempre secondo lo stesso autore “per molti individui, oltre otto milioni in Italia, l’insonnia si protrae per periodi superiori l’anno, talora per diversi anni, incrementando la sua incidenza con il progredire dell’età”.

Tra i vari fattori che inibiscono il sonno c’è quello culturale o ambientale, in cui i media digitali e in particolare lo smartphone assumono un ruolo fondamentale. Dunque, le ricerche sulla nostra vita digitalizzata ci dicono che si sta compromettendo seriamente il rapporto con il sonno.

Per quanto riguarda la sua durata, Francesco Peverini rileva che oggi il 16% degli adulti dorme abitualmente meno di sei ore a notte, il 24% raggiunge a stento le sette ore, il 31% le otto ore e, finalmente, il 26% riposa per otto ore o più (i dati sono del 2005, quando ancora la smartification non c’era).

Oltre all’evidente fattore temporale, il medium digitale è un medium della presenza, ci ricorda Byung-Chul Han, che assorbe tempo e anche le ore di sonno. Hanno un ruolo importante anche i contatti sociali: la maggior parte delle conversazioni avviene via chat una volta che si è coricati, con evidenti tratti di stimolazione che scuotono emotivamente la persona.

Come esseri umani ci siamo evoluti per essere particolarmente sensibili ai più piccoli cambiamenti di luce intorno a noi. Infatti, nell’occhio ci sono specifici fotorecettori – cellule specializzate nella trasduzione dei segnali luminosi – che reagiscono soltanto ai cambiamenti tra luce e buio, e che sono usati quasi esclusivamente per regolare il nostro ritmo circadiano.

Questi recettori della melanopsina – una proteina prodotta nella retina – si collegano direttamente alla parte del cervello che regola il nostro orologio interno. Funzionano persino in molte persone non vedenti: anche se non riescono a vedere nient’altro, i loro corpi sanno ancora come regolare il ritmo circadiano.

La luce aiuta il corpo a presagire il futuro: è un indizio di come il nostro ambiente cambierà nelle ore e nei giorni seguenti, e i nostri corpi si adeguano in base a questo. Il problema è che questo meccanismo naturale di preparazione al futuro è costantemente “ingannato” dalle emissioni di luce blu prodotte dai dispositivi elettronici – televisori, smartphone, tablet – che spesso utilizziamo fino a tarda sera e che il nostro ritmo circadiano interpreta come luce del giorno.

In pratica è come se stessimo posticipando continuamente il segnale che dice al nostro cervello che è ora di andare a dormire, con il risultato di ottenere energia aggiuntiva piuttosto che produzione di melatonina.

Da un lato porta a essere più svegli prima di dormire e dall’altro ritarda il ritmo giorno-notte, così che il giorno seguente ci si sente particolarmente assonnati.

ricaricati digital detox

Come ha dimostrato la Great British Sleep Survey, chi dorme poco ha sette volte più probabilità di sentirsi indifeso e cinque volte più probabilità di sentirsi solo. Conseguenze che incidono drasticamente sui rapporti sociali, sulla capacità di concentrazione e sulla salute. Questi deficit iniziano ad avere anche dei costi economici rilevanti. Uno studio condotto dall’Harvard Medical School ha permesso di scoprire che l’insonnia si associava a una crescente perdita di ore lavoro andando a incidere negativamente sulla performance, con un costo di oltre 63 miliardi di dollari all’anno.

La dipendenza da lavoro, o workaholism, porta alla carenza di sonno, che a sua volta porta all’inefficienza ma soprattutto al burnout. In una ricerca dal titolo “I costi aziendali dell’insufficienza del dormire” emerge che il cervello senza un accurato benessere del sonno perde la capacità di esprimere giudizi precisi e prendere decisioni. Questo, a sua volta, può portare a richieste irrazionali e ingiustificate, come “non ho bisogno di dormire” o “sto bene con un paio di ore di sonno”.

Eppure il campione in esame si contraddiceva, suggerendo che le aziende dovrebbero
fare di più per contribuire a insegnare ai leader l’importanza del sonno.

L’era digitale non è l’epoca dell’ozio, come sostiene Byung-Chul Han, ma l’epoca della prestazione. L’ozio comincia là dove il lavoro cessa completamente. Il tempo dell’ozio è un altro tempo. Oggi non abbiamo altro tempo all’infuori di quello lavorativo: ce lo portiamo dietro così, non solo in vacanza ma anche nel sonno. Per questo dormiamo agitati o non dormiamo affatto.

Quando cerchiamo di aumentare la nostra produttività aumentando le ore di veglia
non stiamo facendo un favore a nessuno. A lesinare sul riposo perdiamo più di quanto potremmo mai guadagnare aggiungendo qualche ora alle nostre giornate: siamo meno produttivi, meno intuitivi, meno felici, più inclini ad ammalarci. E proprio non abbiamo idea di quanto ne escano compromesse le nostre abilità e la nostra salute. Non credere più a chiunque possa dirti che a lui va bene dormire poco. Non riuscire a dormire e quindi a riposare la notte nel medio lungo periodo uccide l’anima.

La tecnologia ci consente di essere talmente connessi con il mondo esterno
da non riuscire più a collegarci con il nostro mondo interiore.

Fai un viaggio Detox

Fare un viaggio porta molti benefici dal punto di vista psicologico, ma non esiste la “vacanza” perfetta per tutti. Il genere di vacanza che ognuno dovrebbe scegliere varia in base alla personalità, al momento e al concetto stesso di viaggiare.

Fare una vacanza Detox avrà un effetto diverso secondo la personalità. La motivazione intrinseca del viaggiatore medio consiste nel bisogno di “rallentareper poi ripartire più carico. Questa potrebbe essere la frase che racchiude il concetto della vacanza Digital Detox. Viaggiare per compiere un viaggio nel viaggio, quello più bello e arduo: ricomporre la propria individualità.

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