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“Il social media manager il lavoro numero 1 da burnout”: stressati, senza orari e mal pagati

Negli ultimi anni il turnover è stato evidente: tanti, tantissimi social media manager hanno lasciato le loro posizioni in agenzie e brand, per passare ad altri ruoli lavorativi, o iniziare un progetto in prima persona a causa del burnout.

A chi si chiede cosa è successo perché un lavoro non venga coltivato ma “abbandonato”, la risposta è che il social media manager, in moltissimi casi, sia all’estero sia nel nostro paese, è un lavoro che esaurisce. Questa figura, nella maggior parte di casi, lavora facendo extra (non pagati) che vanno oltre gli orari d’ufficio, per stipendi bassi, e molto spesso senza un efficace backup a livello di team, cercando di venire freneticamente incontro ad un’altissima richiesta sul fronte creativo.

bornout

L’invisibilità dentro l’azienda

“Un giorno sono rimasto fino alle 5 del mattino in agenzia, la CEO voleva cinque versioni diverse di un progetto da portare al cliente. I superiori sotto di lei, dicevano che non potevo andare a casa. Sono uscito sotto la neve, a casa mi sono fatto una doccia, e sono andato dal cliente a presentare”, dice un ex social media manager di un’agenzia, che preferisce rimanere anonimo.

Di questa testimonianza emerge il fattore delle “cinque versioni di un progetto”, richieste da superiori che probabilmente non capiscono le dinamiche e i tempi di questo lavoro, e per propria comodità organizzativa, in alcuni casi le rifiutano e non le ascoltano, agendo da una posizione privilegiata.

La richiesta continua e spasmodica di nuove idee e di creatività istantanea, arriva ad esaurire il social media manager, e può anche renderlo non performante e demotivato sul lungo periodo, in aziende che non ascoltano le sue richieste e che esigono semplicemente che porti a termine i suoi compiti. “Tra tutte le posizioni nel digital, il social media manager è il lavoro più esposto al burnout”, aggiunge la fonte.

L’esaurimento del social media manager, inoltre, può è essere provocato dalla fruizione assidua dello stesso contenuto del suo lavoro, e con cui si deve interfacciare ogni giorno. Un esempio lampante è quello di chi si occupa di seguire le news di cronaca, ovvero del “riempirsi” il cervello per tutta la giornata con fatti disturbanti. Digiday, nelle parole di un’intervistata, definisce Twitter come una potenziale “trauma machine”: il social media manager che si occupa di news, infatti, si ritrova a dover fare un grandissimo sforzo mentale per metabolizzare, giorno dopo giorno, informazioni che possono provocare parecchi disturbi a livello emotivo.

Attacchi di panico e insonnia

“Quando avevo preso gli unici tre giorni di ferie in tutto l’anno, perché nessuno mi sostituiva, il backup team non ha eseguito l’attività live sui social come avrebbe dovuto, e tutte le responsabilità sono cadute su di me. Sono stata incolpata dai superiori che mi accusavano di aver fallito, e non riuscivo più a dormire la notte o a presentarmi in ufficio serenamente senza avere attacchi di panico”, dice un’altra fonte anonima di un’agenzia digital.

La mancanza di veri e propri backup team, e di figure davvero in grado di alternarsi, è un evidente problema che però molti gruppi tendono ad ignorare, fin quando il social media manager stesso non si trova in una posizione di burnout, malattia, o di voler semplicemente prendersi delle ferie.

“È un lavoro complicato e frenetico: se non ti affiancano davvero qualcuno che segua quello che stai facendo, non si può subentrare al volo in sostituzione”, continua la fonte. Un social media manager spesso si ritrova a essere al tempo stesso designer, visual editor, strategist, community manager e data analyst. E in questi casi, “passare la palla” al volo a qualcun altro non è per niente ovvio.

L’impossibilità di crescere professionalmente

Protocolli per gestire lo stress di queste figure? In Italia è ancora un miraggio, mentre invece, negli Stati Uniti, hanno cominciato, in alcune aziende, a essere introdotti.

“Mi sono ritrovato a fare scrolling isterico dei social media tutto il giorno, scrivendo copy per vendere prodotti in cui non credevo, dovendo gestire una community spesso imbufalita: quella non era la vita lavorativa che volevo avere, mi provocava ansia e instabilità emotiva, così mi sono messo in proprio”, racconta una terza fonte anonima.

Il punto critico per molti social media manager è anche lo stipendio basso, in quanto sono figure giovani ed per la maggior parte junior o mid-senior: spesso vengono abbandonati a loro stessi, senza una prospettiva di quello che potrebbero diventare in azienda, ma se si vede che sanno gestire bene i carichi di lavoro, vengono piuttosto sepolti, a pari retribuzione, di ulteriori responsabilità.

Il risvolto positivo per il futuro, è che, con la maggior consapevolezza a livello professionale e umano che si è diffusa negli ultimi tempi e tra le nuove generazioni, i social media manager hanno imparato a dire molti “no”: “Solo così si può dar via ad un cambiamento all’interno dell’industria che altrimenti non può stare in piedi, e consolidare un senso di maggiore empatia tra i membri dei team”, conclude l’intervistato.

Photo by freepick and by diana.grytsku

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